mardi 9 octobre 2018

EVOL de CLAIRE CROIZÉ


Du 16 > 20 OCT au Théatre de la Bastille

Dansé par Claire Godsmark, Youness Khoukhou, Emmi Väisänen et Jason Respilieux
Pour qu’éclose Evol, Claire Croizé a confié à ses interprètes la première des Élégies de Duino de Rainer Maria Rilke.

Éprouvant les vers du poète allemand, chaque danseur en livre sa propre interprétation, une traduction intime dont il partage l’infinie beauté avec le public. Sur scène, les gestes se font amples et raffinés, mêlant romantisme savant et lyrisme pop. Ils racontent la quête d’un artiste pour qui la poésie et l’amour sont les seuls espoirs de réconcilier la conscience humaine avec le monde. C’est d’abord dans le silence que s’élaborent les mouvements. Puis surgissent les tubes de David Bowie, surtout issus de Hunky Dory, son album le plus sensible. Dans Evol, le poète invoque des anges qui portent dessiné sur le front l’éclair céleste de Ziggy Stardust. Avec sincérité et tendresse, Claire Croizé célèbre ainsi sa foi dans la beauté intuitive des corps, ravivant la grâce fébrile et mélancolique de l’adolescence.

http://www.theatre-bastille.com/saison-17-18/les-spectacles/evol

jeudi 4 octobre 2018

Perché tutti dovrebbero vedere almeno una volta "Gala" di Jérome Bel

Venti ballerini dilettanti si ebiscono nello spettacolo del coreografo francese. Il risultato è uno splendido elogio della diversità che insegna a guardare l'altro come se fossimo noi 
BENEDETTA PERILLI (La Repubblica)

In prima fila, di spalle, i riflettori illuminano le paillettes dei pantaloni che le abbracciano le forme. Silenzio in sala, Chiara è immobile, davanti a lei ci sono gli altri 19 ballerini quasi per caso di "Gala", di Jérôme Bel. "She's a maniac": quando parte la musica si riconosce subito il motivo di "Flashdance". Chiara tiene il tempo con la gamba, gli altri la imitano. Poi esplode in una danza tanto incontenibile quanto pura. Chiara ha 48 anni, il viso truccato, gli abiti che indossa li ha scelti lei. Chiara ha anche la sindrome di Down ma a vederla muoversi sembra proprio l'ultima delle sue qualità. Sul palco del Teatro Argentina è una dei danzatori, professionisti e non, scelti a Roma dal coreografo francese per il suo "evento collettivo di decostruzione della rappresentazione istituzionale della danza", altrimenti detto prendi quattro ballerini professionisti, due attori e sedici perfetti amateur e mettili su un palco guidati da un grande coreografo.

Gala di Jérome Bel è l'elogio della diversità a passi di danza

Il risultato è che vedere ballare Chiara è bello come vedere Patrizia, che di anni ne ha 70 e improvvisa dei passi ispirati al tai chi, e come vedere la splendida Ella che con le sue lunghe trecce si muove come Beyoncé e come Giacomo, che gli altri li guida muovendo la sedia a rotelle. Dà la stessa emozione. C'è pure un 85enne vestito con tuta rossa e gilet dorato, con tanto di nipote in platea che a vederlo danzare ride di gioia; ci sono tre bambini, tra i quali un dinoccolato felice, uno scalmanato e una atletica con le codine; una ginnasta in body fucsia; due signore sulla cinquantina e forse anche più; c'è pure Sonia, la cinese più famosa di Roma proprietaria di un noto ristorante capitolino. E sono solo alcuni dei protagonisti della seconda, e ultima, replica di "Gala" andata in scena il 10 settembre nell'ambito del festival Short Theatre

"Gala" di Jérôme Bel: venti ballerini per caso e lo splendore della diversità

Lo spettacolo ha debuttato nel 2015 al Brussels KunstenFestivaldesArts e da allora si porta dietro tre anni di successi, ovvero 167 repliche in 71 città diverse. Al punto che nei primi minuti vengono proiettate le fotografie dei teatri - senza pubblico - che lo hanno accolto. Tanti, tutti diversi: si va dal parco con le sedie in plastica alla sala ottocentesca, dal palco improvvisato nel centro commerciale a quello di design nordeuropeo. "Gala" è diventato quasi un format che si ripete in giro per il mondo,  a Roma i venti sono stati selezionati in collaborazione con Jérôme Bel e Chiara Gallerani.
Bel non è nuovo alle sperimentazioni che includono gli esclusi, era successo già con i disabili protagonisti di "Disabled Theater" e con gli spettatori "attori" di "Cour d'honneur". Stavolta gli esclusi siamo noi, dilettanti alla prova del palco per dimostrare che lo spettacolo funziona se c'è piacere di esibirsi. Ma non solo. Questi corpi, così precisi nell'esecuzione delle loro improvvisate coreografie, insegnano che l'imperfezione è più affascinante del canone; la goffaggine più libera delle risate di chi la giudica e la diversità più normale di quello che crediamo.

"Questo è un lavoro più sul pubblico che sugli interpreti - spiega Riccardo Festa, attore professionista tra i venti della versione romana di "Gala" - noi eseguiamo gesti semplici. Al netto delle scelte di drammaturgia quello che ci viene richiesto è essere molto rigorosi: ovvero balla il valzer così come pensi che per te si balli il valzer". Poi aggiunge: "Quello che emerge però non è una democrazia. Tutti siamo diversi, ognuno con la sua capacità, c'è chi balla meglio e chi meno. Il risultato? La bellezza non è nel gesto ma nell'impegno, nell'intensità di partecipare a una esposizione di sé che è molto coraggiosa. C'è un grande lavoro di decostruzione dell'ego, di imitazione dell'altro. Il pubblico ti guarda con occhio pulito perché non c'è errore se non c'è un riferimento e allora io e il ragazzo sulla sedia a rotelle diventiamo la stessa cosa". 

("Gala" a Short Theatre è in collaborazione con la Francia in Scena, stagione artistica dell'Institut français Italia / Ambasciata di Francia in Italia e  in corealizzazione con Teatro di Roma – Teatro Nazionale, nell’ambito di Grandi Pianure – Gli spazi sconfinati della danza contemporanea)

jeudi 16 août 2018

Le président et 65.000 Indonésiens participent à une "danse poco-poco de masse"

L'objectif était de promouvoir les Jeux asiatiques qui se dérouleront à Jakarta et Palembang.
Par Myriam Roche
INDONÉSIE - Au moins 65.000 personnes incluant le président indonésien ont participé à une même danse folklorique dimanche 5 août à Jakarta, afin de promouvoir les Jeux asiatiques dans deux semaines en Indonésie. Selon les autorités locales, l'événement a battu un record du monde en nombre de figurants.
Rangés en ligne et en colonnes, des hommes et des femmes tous habillés en blanc et rouge se sont balancés et déhanchés dans le centre de la capitale, lors de cette séance de "poco poco", comme vous pouvez le voir dans la vidéo ci-dessus. Cette danse est originaire de la région de Manado, dans le nord de l'île des Célèbes.
Le président indonésien, Joko Widodo, son épouse Iriana et des membres du gouvernement ont participé à l'événement qui s'est déroulé dans le parc du monument national et des avenues de la ville, vers 6h du matin, afin d'éviter la chaleur tropicale de la journée.
"Nous effectuons une danse poco-poco de masse avec la participation de 65.000 personnes, établissant un record du monde et montrant que le poco-poco vient bien d'Indonésie", a déclaré le chef de la police nationale, Tito Karnavian, qui a lui aussi participé à ce rassemblement, ainsi que d'autres policiers, des militaires, des députés ou encore des étudiants.
Aucune information n'a été donnée sur un éventuel précédent record. "Il s'agit d'une très bonne opportunité pour montrer que l'Indonésie conserve ses traditions", a expliqué un étudiant, Raja Farid Akbar, parmi les danseurs à Jakarta.

Les Jeux asiatiques, auxquels sont attendus environ 11.000 athlètes pour une quarantaine de disciplines sportives, se dérouleront du 18 août au 2 septembre à Jakarta et Palembang, ville dans le sud de l'île de Sumatra. Il s'agit du plus grand événement omnisports au monde après les Jeux olympiques.

lire l'article sur le Huffingtonpost

dimanche 5 août 2018

Michael Clark, il genio ribelle della danza britannica

di ANNA BANDETTINI


Tra tossicodipendenza, cadute e riprese, l'irriverente coreografo scozzese è considerato un maestro e un innovatore. Dopo la prima italiana a Bolzano, in scena a Firenze 'to a simple, rock'n' roll . . . song.', trittico dedicato a Satie, Patti Smith e Bowie

Negli anni Ottanta è stato una travolgente eccezione nella danza britannica. Un genio, un talento, ma anche un ribelle, un irriverente, uno che da ragazzo era una delle migliori promesse della Royal Ballet School ma di nascosto sniffava colla. Giovanissimo ha fondato una sua compagnia, è diventato una star dell'underground londinese, ma anche tossicodipendente e depresso. Caduto e rinato decine di volte, il coreografo scozzese Michael Clark ha attraversato l'ultimo trentennio della danza da protagonista eccentrico, ma pur sempre da protagonista.


Oggi che ha 56 anni, la testa calva, gli occhiali, innata eleganza, un gusto iconoclasta non solo nella danza, ha sempre l'aria da bad boy ma è considerato un "maestro" della danza contemporanea, un innovatore per come ha saldato il rigore tecnico del classico con l'irrequietezza del punk-rock in cui si è mosso fin da giovane negli anni della ribellione antiThatcher.
Chiaro che vederlo all'opera, assistere a una delle sue creazioni è sempre un evento, specie in Italia dove un balletto di Michael Clark non si vede da molto tempo. Un plauso, dunque, a Bolzano Danza, il festival diretto da Emanuele Masi, che di anno in anno sta diventando sempre più ricco e interessante e che si è aggiudicato la prima italiana di to a simple, rock'n' roll . . . song., ultima coreografia di Clark, molto applaudita dalla stampa inglese, attesa stasera al Florence Dance Festival, dove andrà in scena nel Chiostro Grande di Santa Maria Novella.
Creato nel 2016 al Barbican di Londra, to a simple, rock'n' roll . . . song. intreccia precisione tecnica e fantasia visiva e di movimento, in un trittico dedicato a tre grandi della musica del Novecento: Erik Satie per il 150esimo della nascita, Patti Smith da cui arriva anche il titolo dello spettacolo e David Bowie, un autentico cult per Michael Clark.


Se il brevissimo (dieci minuti), elegante omaggio a Satie è tutto nel solco della modern dance "rinnovata" e porta nella memoria il lavoro di altri maestri della danza e della musica che si sono ispirati al compositore francese (citazioni volute da Frederick Ashton, Merce Cunningham, John Cage, Yvonne Rainer) è negli altri due pezzi (ciascuno di venti minuti), anche grazie alla collaborazione del videoartista Charles Atlas, ai costumi pop e alieni di Stevie Stewart, che Clark si cala nel clima rock, nelle atmosfere più travolgenti, dissacratorie dove le modalità del balletto classico vengono "decostruite" in una  vitalità gestuale  psichedelica.
A partire dalla coreografia ispirata da Land: Horses/Land of a Thousand Dances/La Mer (De), dall'album di debutto Horses che rivelò Patti Smith come una delle star del punk rock newyorchese: sullo sfondo di immagini astratte in movimento, gli otto eccellenti ballerini in tute bianche e nere o con pantaloni a zampa in pelle trasformano la gestualità, la geometria, la simmetria del classico in qualcosa di travolgente. "Mi ci sono voluti anni per intrecciare il balletto classico con il rock. Il rock ha avuto su di me una enorme influenza - aveva dichiarato Clark in una intervista a Repubblica di qualche anno fa -  Quando studiavo al Royal Ballet mi sottoponevo alla dura disciplina della scuola, ma la sera fuggivo a Londra a vedere i concerti punk, atterrito che mi scoprissero".


Proprio in quelle nottate il coreografo ha conosciuto (ma mai personalmente, ed è un suo cruccio) David Bowie, che ha ispirato la terza, finale e più suggestiva parte di questo spettacolo di grande impatto: intitolato my mother, my dog and clowns dal brano Life on Mars dell'album omonimo di Bowie, è un pezzo di grande emozione, non la compilazione di un ricordo della star ma una sequenza di immagini non narrativa, che non si riduce a una formula standard ed esalta semmai il potere trasfigurante della danza.

Gli otto danzatori sono figure androgine nelle loro tutine argentate, omaggio al gusto "alieno" alla maniera di Ziggy Stardust, o arancioni come certe "mise" del Bowie anni Ottanta. Si muovono con controllo nei ritmi rock, attraversando momenti di vitalità irrequieta sulle tracce di Future Legend, Cracked actor dall'album Aladdin Sane, ma anche di oscura bellezza col jazz rock di Blackstar, l'ultimo album di Bowie quando l'atmosfera si fa più ambigua e drammatica e compare una figura di donna vestita di nero e con gli occhi bendati, forse ricordando la rockstar nell'ultimo video, segno della fine imminente per un uomo che nell'ambivalenza del proprio sguardo aveva costruito il proprio segreto.

lundi 14 mai 2018

Construire la «mémoire manquante » de la Shoah

Construire la « mémoire manquante » de la Shoah avec une classe de première bilingue
par Ludmila Acone

Une scène dépouillée, des lycéens sont à la cantine. Une élève se plaint, elle prétend vouloir récupérer ses affaires au grenier de l’établissement. On lui en dénie l’accès, elle proteste mais rien n’y fait. C’est qu’elle est curieuse, c’est que le grenier on n’a pas le droit d’y accéder. Pourquoi ? Que se cache-t-il là-dedans ? Des secrets ? Un cadavre ? Les élèves arrivent à voler la clé dans le bureau du Proviseur et à entrer dans le grenier.
C’est le début d’une composition théâtrale conçue et écrite par des élèves de la section EsaBac (section bilingue franco-italienne) du Lycée Victor Louis de Talence avec leur enseignante en histoire et géographie.

Questions de mémoire…
J’ai conçu ce projet dans le cadre du concours Ton regard sur la Shoah, prix Elisabeth Sentuc-Brody, proposé pour la troisième année par Le Centre culturel Yavné de Bordeaux aux élèves de troisième et aux lycéens de l’agglomération bordelaise. Cette année il était proposé de réaliser une courte pièce de théâtre qui devait s’intituler « Mémoire manquante » avec le contexte fictif suivant : « Nous sommes en 2055. Plus personne ne parle de la Shoah, tous les survivants et les justes ont disparus depuis bientôt trente ans. Des théories révisionnistes se sont répandues, la mémoire de la Shoah a disparu. Mais un jour, des jeunes trouvent par hasard une mallette contenant des livres sur la Shoah et des témoignages de survivants ».
Le défi à relever était complexe. Comment répondre à cet appel ? Pouvait-on y répondre avec une classe bilingue ? Quelle langue utiliser ? Fallait-il traduire, mais que traduire ? Et plus généralement comment parler, comment « dire » et comment « jouer » la Shoah ?

Questions de langue…
D’emblée j’ai proposé une piste à partir des travaux de Janine Altounian, petite fille de rescapé du génocide arménien. Traductrice de Freud et psychanalyste, elle a décidé de traduire les mémoires de son grand père sur le génocide ; elle a été immédiatement confrontée précisément à ces questions : peut-on traduire ? Comment traduire ? Quelle langue utiliser ? Selon Janine Altounian, transmettre l’expérience du génocide et de la déportation pour les enfants des rescapés passe par l’appropriation de la culture et de la langue du pays d’accueil, seul moyen pour elle d’inscrire l’indicible dans un espace autre ; « il faut passer par la culture de l’autre pour pouvoir exprimer sa propre culture engloutie et exterminée, de façon à la traduire dans la culture de l’autre et l’exprimer sur un plan universel ».
Tout traducteur sait qu’on on ne traduit jamais uniquement d’une langue à l’autre mais que l’on crée inévitablement une troisième langue. Reste un défi de taille : traduire et dire l’horreur, dans quelle langue ? Existe-t-il une langue pour dire l’horreur, s’agit-il une troisième ou d’une quatrième langue ? Est-elle uniquement verbale ?
Ayant présenté aux élèves l’ouvrage L’intraduisible , portant sur le génocide arménien, et en le comparant avec la destruction des juifs d’Europe durant la seconde guerre mondiale, nous avons travaillé en classe à partir de l’impossibilité de traduire l’absence.
Le caractère « intraduisible » de l’horreur de la Shoah et la nécessité de rendre visible cette mémoire manquante, nous a conduit à explorer la possibilité de dire ce qui ne peut l’être grâce à un travail mêlant les deux langues dans laquelle les élèves étudient, le français et l’italien, et de les relier au geste. Ces trois langues de notre expérimentation : le français, l’Italien et le geste, constituent une base permettant de créer un autre objet, cet « intraduisible » à travers lequel nous voulions rendre la mémoire vivante.
Ainsi, les élèves ont expérimenté comment le travail à partir des deux langues permet de créer une « troisième langue », et comment le geste permet de traduire l’émotion, même celle liée à l’absence. Il s’agit donc de rendre visible cette mémoire manquante, par-delà l’absence et de construire un plaidoyer pour le dialogue, l’échange et le vivre ensemble (...)


Lire la suite de l'article sur le site des Clionautes