samedi 9 mars 2019

Et si les femmes étaient l’avenir de la Méditerranée! conférence du 8 mars 2019 à Montpellier

Tous mes remerciements 
à Madame Carole Delga, Présidente de la Région Occitanie,
à Julia Jenoc et à toute l'équipe de la de mission égalité femmes-hommes
 à Hubert Vialatte,
pour m'avoir permis de participer à cette merveilleuse journée de débats et d'échanges: 
Et si les femmes étaient l'avenir de la Méditerranée!

La vidéo des conférences du matin :

 
et celle de l'après midi :


 

mercredi 6 mars 2019

Biennale, il nuovo è un linguaggio che fa parlare le arti Biennale


Biennale, il nuovo è un linguaggio che fa parlare le arti
William Forsythe 

Presentato il programma dei festival 2019: Danza (dal 21 al 30 giugno), Teatro (dal 22 luglio al 5 agosto), Musica (dal 27 settembre al 6 ottobre)
di ANNA BANDETTINI

Almeno dai tempi della direzione di Carmelo Bene, di Luca Ronconi e, in generale, dagli anni Settanta, i festival delle arti dal vivo della Biennale di Venezia, teatro, musica - e molto più avanti, dal '99, la danza - sono interessanti occasioni di scoperta. Certo, è difficile dire cosa sia nuovo nel mondo dello spettacolo oggi, ma se parliamo di rovesciamento del tradizionale modo di creare, di irruzione di linguaggi inediti, di esplorazione di orizzonti geografici e artistici lontani, di "luogo di ricerca", per usare la definizione della Biennale dal presidente dell'istituzione veneziano, Paolo Baratta, allora tutto diventa più chiaro: che siano le estensioni robotiche musicali di Aperghis in Thinking Things in programma quest'anno nel festival di musica, o la "danza" del battito di ciglia della brasiliana Michelle Moura che si vedrà a Venezia in calendario per la danza.

Biennale, il nuovo è un linguaggio che fa parlare le arti

E dalla finestra sul contemporaneo che spalanca la Biennale è anche interessante notare gli elementi di intersettorialità, che sempre più si stanno sviluppando tra le arti come confermano i programmi dei festival 2019 dove non mancano accavallamenti stimolanti di linguaggi: nei dieci giorni di Danza dal 21 al 30 giugno selezionati dalla coreografa Marie Chouinard intorno al tema del danzatore "artista del corpo, dello spazio, del tempo"; nelle due settimane di serrato calendario del festival di Teatro di Antonio Latella dal 22 luglio al 5 agosto dedicato quest'anno alle "drammaturgie", intese non solo come "narrazione di parole", ma "sinergia tra testo, attori, formazione del pubblico", fino al sempre colto e stimolante festival di Musica dal 27 settembre al 6 ottobre che il direttore Ivan Fedele ha orientato verso artisti e produzioni del "vecchio continente".
E se il "nuovo" nelle arti è ibridazioni e intrecci, a Venezia lo prova innanzitutto la scelta dei Leoni d'oro: quello ad Alessandro Sciarroni per la danza (e al festival si vedranno due suoi lavori Your Girl e Augusto), che già ha creato molte discussioni sul web perché è un riconoscimento controcorrente a un performer dopo che in passato era stato dato a grandi nomi della coreografia a cominciare da Carolyn Carlson o Merce Cunningham. Ma un segno diverso è anche quello al tedesco Jens Hillje, dramaturg alla tedesca, perché parliamo di uno scrittore che è anche coordinatore di spettacoli e di pubblico; come pure è inconsueto Leone musicale all'inglese George Benjamin il cui linguaggio ambisce a essere percepito dal più vasto pubblico e di cui verrà presentata la versione concertistica di Written on skin.

Biennale, il nuovo è un linguaggio che fa parlare le arti
Chico e Matijevic

E infatti sono le curiosità la ricchezza dei tre programmi (consultabili sul sito della Biennale). Per la Danza oltre ai classici Sasha Waltz, Daniel Léveillé, William Forsythe, non è da perdere Bára Sigfúsdóttir che insieme al compositore e trombettista norvegese Eivind Lønning, fra i nomi di maggior spicco nel panorama musicale nordeuropeo, perlustra il rapporto tra il movimento della danza e il silenzio, o l'austriaca Doris Uhlich che fa ballare artisti disabili o ancora Giuseppe Chico e Barbara Matijevic che mostrano come il web incida sulle azioni di un danzatore.

Biennale, il nuovo è un linguaggio che fa parlare le arti
Bara Sigfusdottir e Eivind Lonning

Tra le coniugazioni (e non contaminazioni come tiene a precisare il direttore Ivan Fedele) più interessanti, nel festival della Musica, c'è Songbook, che unisce un quartetto rock, un ensemble classico amplificato e il live electronics, dell'autore-performer Matteo Franceschini, il Leone d'argento di quest'anno, o la visionaria ricerca di nuove sonorità di Nomaden,  del compositore tedesco Joël Bons che intreccia strumenti di diverse culture geografiche, dal duduk armeno al setar iraniano al tombak siriano, e ancora l'acclamata arpista Elena Battigelli che intreccia l'elettronica a uno strumento dalle sonorità antiche. Senza tralasciare Filippo Perocco e Lucia Ronchetti, importanti artisti della musica contemporanea italiana, che presentano due lavori "teatrali" con i testi del poeta e saggista russo-americano Eugene Ostashevsky, oltre all'apporto scenografico e registico di Antonino Viola e Antonello Pocetti. Così come il complesso fiammingo Hermes Ensemble, fondato nel 2000 dal direttore Koen Kessels, che presenta i lavori di Wim Henderickx e Vykintas Baltakas sono concepiti con l'artista visivo e musicista newyorchese Kur.

Biennale, il nuovo è un linguaggio che fa parlare le arti
Hermes Ensemble

Se queste forme di  ibridazione, sempre più frequenti nell'arte contemporanea, hanno sviluppi inediti anche sulle specifiche forme espressive, sarà interessante verificare ciò che accade nel Teatro. Il festival  non a caso aprirà il suo calendario con Heiner Müller, il drammaturgo tedesco che a partire in particolare dagli anni Sessanta ha smontato la drammaturgia tradizionale e che a Venezia si vedrà con Mauser nella messa in scena del serbo Oliver Frljic, artista tra i più radicali della scena dell'est europeo. Interessante si preannuncia la "scoperta" di due artiste australiane già molto note nel loro continente, Susie Dee e Patricia Cornelius. La drammaturgia che  a partire dalla tradizione prenderà altre strade, è il Cechov di Il giardino dei ciliegi diretto da Alessandro Serra, artista su cui si stanno dirottando molte attenzioni dopo l'emozionante Macbettu, ma anche - restando orgogliosamente in Italia - i lavori di un giovane autore e regista come il napoletano Pino Carbone che arriva a Venezia col sostegno di Teatri Uniti, e l'ormai illustre Lucia Calamaro con la sua novità, Nostalgia di Dio.

Ma scoperta e novità vuol dire anche ricerca di giovani talenti scouting e la Biennale, da una saggia intuizione del presidente Baratta, lo fa ormai in modo istituzionale con la Biennale college che non solo mette in contatto per dieci giorni artisti alle prime armi con i grandi maestri, ma sostiene ogni anno la produzione di esordienti selezionati: dai quattro lavori di teatro musicale di giovani compositori della Musica, ai due registi prodotti dalla Biennale Teatro (e quest'anno verranno selezionati anche lavori drammaturgici) alla giovane coreografa emersa nel College Danza dello scorso anno.


lundi 4 février 2019

a consommer sans aucune modération


Fréquence Médiévale :

http://www.frequencemedievale.fr/


La mort de Bobò, l’acteur fidèle de Pippo Delbono



Il était de tous les spectacles de Pippo Delbono depuis 1995, depuis sa rencontre avec le metteur en scène italien. Il s’appelait Vincenzo Cannavacciuolo. Il avait 82 ans. Pippo Delbono l’avait sorti de son asile. Il est décédé des suites d’une pneumopathie bronchique.

“L’acteur est un oiseau dont une aile touche la terre, tandis que l’autre se tient dans le ciel …” écrit sur son site internet le théâtre Ert-Emilia Romagnal qui rend hommage à Bobò. Il devait accueillir le mois prochain La Gioia, le nouveau spectacle de Pippo Delbono, dont le Théâtre de Liège est chargé de la diffusion. Bobò s’appelait Vincenzo Cannavacciuolo. Né à Villa di Briano, dans la province de Caserte, il a vécu plus de quarante ans à l’asile d’Aversa. Pippo Delbono décide de le sortir de cet enfer en 1995 lorsqu’il le rencontre lors d’un atelier théâtral. Bobò acteur microcéphale, sourd-muet, devient l’un des piliers de la troupe. Son corps maladroit, ses pas traînants, ses silences en disant longs sur ses blessures. A la fureur et la rage de Pippo Delbobo répondait la tendresse et la poésie de Bobò qui était devenu au fil des années un acteur reconnu. Il avait été nommé chevalier des arts en France et avait reçu le titre de citoyen d’honneur d’Aversa, la ville où il avait été emprisonné pendant des années dans un asile: une revanche. Dans La Gioia, Pippo Delbono dit: “Après Bobò, il y a toujours un vide.” Ses spectacles ne seront plus jamais les mêmes.

mardi 9 octobre 2018

EVOL de CLAIRE CROIZÉ


Du 16 > 20 OCT au Théatre de la Bastille

Dansé par Claire Godsmark, Youness Khoukhou, Emmi Väisänen et Jason Respilieux
Pour qu’éclose Evol, Claire Croizé a confié à ses interprètes la première des Élégies de Duino de Rainer Maria Rilke.

Éprouvant les vers du poète allemand, chaque danseur en livre sa propre interprétation, une traduction intime dont il partage l’infinie beauté avec le public. Sur scène, les gestes se font amples et raffinés, mêlant romantisme savant et lyrisme pop. Ils racontent la quête d’un artiste pour qui la poésie et l’amour sont les seuls espoirs de réconcilier la conscience humaine avec le monde. C’est d’abord dans le silence que s’élaborent les mouvements. Puis surgissent les tubes de David Bowie, surtout issus de Hunky Dory, son album le plus sensible. Dans Evol, le poète invoque des anges qui portent dessiné sur le front l’éclair céleste de Ziggy Stardust. Avec sincérité et tendresse, Claire Croizé célèbre ainsi sa foi dans la beauté intuitive des corps, ravivant la grâce fébrile et mélancolique de l’adolescence.

http://www.theatre-bastille.com/saison-17-18/les-spectacles/evol

jeudi 4 octobre 2018

Perché tutti dovrebbero vedere almeno una volta "Gala" di Jérome Bel

Venti ballerini dilettanti si ebiscono nello spettacolo del coreografo francese. Il risultato è uno splendido elogio della diversità che insegna a guardare l'altro come se fossimo noi 
BENEDETTA PERILLI (La Repubblica)

In prima fila, di spalle, i riflettori illuminano le paillettes dei pantaloni che le abbracciano le forme. Silenzio in sala, Chiara è immobile, davanti a lei ci sono gli altri 19 ballerini quasi per caso di "Gala", di Jérôme Bel. "She's a maniac": quando parte la musica si riconosce subito il motivo di "Flashdance". Chiara tiene il tempo con la gamba, gli altri la imitano. Poi esplode in una danza tanto incontenibile quanto pura. Chiara ha 48 anni, il viso truccato, gli abiti che indossa li ha scelti lei. Chiara ha anche la sindrome di Down ma a vederla muoversi sembra proprio l'ultima delle sue qualità. Sul palco del Teatro Argentina è una dei danzatori, professionisti e non, scelti a Roma dal coreografo francese per il suo "evento collettivo di decostruzione della rappresentazione istituzionale della danza", altrimenti detto prendi quattro ballerini professionisti, due attori e sedici perfetti amateur e mettili su un palco guidati da un grande coreografo.

Gala di Jérome Bel è l'elogio della diversità a passi di danza

Il risultato è che vedere ballare Chiara è bello come vedere Patrizia, che di anni ne ha 70 e improvvisa dei passi ispirati al tai chi, e come vedere la splendida Ella che con le sue lunghe trecce si muove come Beyoncé e come Giacomo, che gli altri li guida muovendo la sedia a rotelle. Dà la stessa emozione. C'è pure un 85enne vestito con tuta rossa e gilet dorato, con tanto di nipote in platea che a vederlo danzare ride di gioia; ci sono tre bambini, tra i quali un dinoccolato felice, uno scalmanato e una atletica con le codine; una ginnasta in body fucsia; due signore sulla cinquantina e forse anche più; c'è pure Sonia, la cinese più famosa di Roma proprietaria di un noto ristorante capitolino. E sono solo alcuni dei protagonisti della seconda, e ultima, replica di "Gala" andata in scena il 10 settembre nell'ambito del festival Short Theatre

"Gala" di Jérôme Bel: venti ballerini per caso e lo splendore della diversità

Lo spettacolo ha debuttato nel 2015 al Brussels KunstenFestivaldesArts e da allora si porta dietro tre anni di successi, ovvero 167 repliche in 71 città diverse. Al punto che nei primi minuti vengono proiettate le fotografie dei teatri - senza pubblico - che lo hanno accolto. Tanti, tutti diversi: si va dal parco con le sedie in plastica alla sala ottocentesca, dal palco improvvisato nel centro commerciale a quello di design nordeuropeo. "Gala" è diventato quasi un format che si ripete in giro per il mondo,  a Roma i venti sono stati selezionati in collaborazione con Jérôme Bel e Chiara Gallerani.
Bel non è nuovo alle sperimentazioni che includono gli esclusi, era successo già con i disabili protagonisti di "Disabled Theater" e con gli spettatori "attori" di "Cour d'honneur". Stavolta gli esclusi siamo noi, dilettanti alla prova del palco per dimostrare che lo spettacolo funziona se c'è piacere di esibirsi. Ma non solo. Questi corpi, così precisi nell'esecuzione delle loro improvvisate coreografie, insegnano che l'imperfezione è più affascinante del canone; la goffaggine più libera delle risate di chi la giudica e la diversità più normale di quello che crediamo.

"Questo è un lavoro più sul pubblico che sugli interpreti - spiega Riccardo Festa, attore professionista tra i venti della versione romana di "Gala" - noi eseguiamo gesti semplici. Al netto delle scelte di drammaturgia quello che ci viene richiesto è essere molto rigorosi: ovvero balla il valzer così come pensi che per te si balli il valzer". Poi aggiunge: "Quello che emerge però non è una democrazia. Tutti siamo diversi, ognuno con la sua capacità, c'è chi balla meglio e chi meno. Il risultato? La bellezza non è nel gesto ma nell'impegno, nell'intensità di partecipare a una esposizione di sé che è molto coraggiosa. C'è un grande lavoro di decostruzione dell'ego, di imitazione dell'altro. Il pubblico ti guarda con occhio pulito perché non c'è errore se non c'è un riferimento e allora io e il ragazzo sulla sedia a rotelle diventiamo la stessa cosa". 

("Gala" a Short Theatre è in collaborazione con la Francia in Scena, stagione artistica dell'Institut français Italia / Ambasciata di Francia in Italia e  in corealizzazione con Teatro di Roma – Teatro Nazionale, nell’ambito di Grandi Pianure – Gli spazi sconfinati della danza contemporanea)